Daniela Allotta

Oltre trent’anni di insegnamento, studio e ricerca nella danza egiziana.


Il momento che preferisco è prima che inizi la lezione, quando ancora non so cosa succederà.

Dopo trent’anni potrei affidarmi all’abitudine. Eppure ogni volta scelgo di restare in ascolto: della musica, del corpo, di ciò che nasce in sala.

Per questo credo che oggi la danza orientale abbia bisogno di essere insegnata in un altro modo.

LA MIA VISIONE
Ritratto di Daniela Allotta

Un modo di insegnare costruito nel tempo

Quando ho iniziato insegnavo quello che avevo imparato. Oggi insegno quello che ho capito, che ho vissuto, che mi ha trasformato.

In tutti questi anni ho visto arrivare in sala persone con motivazioni diverse, paure diverse, corpi diversi, età diverse. Alcune imparavano subito. Altre avevano bisogno di più tempo.

Per questo ho continuato a studiare: non solo la danza orientale, ma tutto ciò che potesse aiutarmi a comprenderla più a fondo. La musica, il corpo, il movimento, il modo in cui le persone imparano.

Ogni volta che cambiava il mio sguardo, cambiava anche il mio modo di insegnare.

Daniela Allotta durante una lezione di danza egiziana con le allieve, fotografia in bianco e nero

Non insegno passi. Accompagno percorsi.

A un certo punto ho capito una cosa che ha trasformato il mio lavoro.

Una coreografia può essere imparata. Un movimento può essere corretto. Ma danzare è un’altra cosa.

Per questo il mio lavoro non si ferma alla forma esterna: cerca la qualità, l’ascolto, la presenza. Aiuta a dare senso al movimento, ad ascoltare la musica e a costruire una danza che appartenga davvero a chi la danza.

La tecnica è uno strumento. La musica è una guida. La cultura dà significato.

Ma il centro rimane sempre la persona.

Daniela Allotta insieme ai maestri e alle colleghe in sala danza

La ricerca continua

Per molti anni ho dedicato quasi tutte le mie energie a far crescere Artemide, l’associazione che ho fondato nel 1996.

Era giusto così: vedere crescere gli altri mi ha sempre dato gioia.

Poi ho capito che prendermi cura degli altri significava anche prendermi cura della mia ricerca. Dare spazio alle mie domande. Studiare ancora. Mettermi ancora in discussione, non per diventare diversa, ma per diventare un’insegnante migliore.

Il gruppo in sala durante una lezione, con la luce che entra dalle finestre laterali

Il momento in cui la danza accade

Oggi sento di insegnare con una libertà che non avevo tanti anni fa. Non perché abbia più certezze, ma perché ho meno bisogno di dimostrare qualcosa.

Mi interessa molto di più vedere una persona trovare la propria strada che vederla eseguire un movimento perfetto.

C’è un momento che continuo ad aspettare in ogni lezione: quando la musica smette di essere qualcosa da seguire e diventa qualcosa da abitare.

Quando, all’improvviso, non vedo più persone che cercano di fare bene un passo. Vedo persone che iniziano a danzare.

È un momento che non si può programmare. Succede.

Ed è per quei momenti che continuo a entrare in sala con lo stesso entusiasmo del primo giorno.

La mia idea di insegnamento

Un’insegnante lascia sempre un’impronta.

Per me quell’impronta serve ad aprire possibilità, non a creare modelli da imitare. Deve lasciare strumenti, consapevolezza e direzione.

Perché ogni persona possa trovare la propria voce nella danza.